Il Cristo
" Pantocrator "
della Cappella Palatina

Lettura teologica a cura di
P. Pietro Sorci  O.f.m.



 

              «Cristo Gesù è il principio e il fine di tutte le cose, l’alfa e l’omega, colui che era, che è e che viene “

In un mirabile mosaico nell’abside della Cappella Palatina a Palermo  è l’immagine del " Pantocrator ".
Questa visione cristocentrica del cosmo e della storia salvifica è espressa dall’iconografia mosaicata sull’abside della Cappella Palatina di Palermo intorno all’anno 1140, come nessun’altra enunciazione teorica potrebbe farlo. 
Sul catino dell’abside rivolta verso Oriente, domina il Cristo Pantocrator con la tunica (Kiton) rossa, colore della divinità, 
e il manto (Himation) azzurro colore dell’umanità: egli infatti è Dio che si è rivestito della natura umana. 
Egli occupa esattamente i tre quarti dell’abside, secondo la simbolica dello Pseudo- Dionigi, perché abbraccia tutto l’universo. Porta i capelli lunghissimi che scendono sulle spalle, e la barba, perché è l’antico dei giorni, prima di tutte le 
cose; ma non è vecchio, perché il tempo non ha alcun potere su di lui: è l’Eterno. 
Con la mano destra intima il silenzio con il caratteristico gesto bizantino ( pollice e anulare uniti ), mentre sulla sinistra sorregge l’Evangeliario aperto sulle parole di Gv 8,12 scritte in greco e in latino: «Io sono la luce del mondo, chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». Intorno al capo porta il nimbo con inscritta la croce dorata, 
mentre ai lati del nimbo stanno le abbreviazioni del nome, Gesù Cristo: egli è il Verbo incarnato e crocifisso che con la risurrezione ha ottenuto il Nome che è al di sopra di ogni altro nome. 
L’effetto doveva essere ancora più suggestivo quando sotto il Cristo si apriva una grande finestra dalla quale la luce mattutina inondava tutto lo spazio liturgico.
Il Cristo ricapitola tutta la storia salvifica. Infatti da lui si diparte il racconto dell’opera dei sei giorni e della storia dei patriarchi, che partendo da destra percorre tutta la navata ritornando all’abside. In alto sopra il Pantocrator sta l’Annunciazione, che rappresenta il mistero dell’Incarnazione: l’angelo a destra del Cristo, e a sinistra la Vergine con la tunica azzurra e il manto rosso, perché ella è creatura umana che è stata rivestita della divinità. 
Dall’Annunciazione inizia il racconto della vita di Cristo lungo le pareti della navata centrale (mentre nelle navatelle laterali è raccontata la storia della Chiesa: a sinistra il ciclo di Paolo e a destra quello di Pietro), che converge ancora una volta verso il il centro dell’abside.
Qui, sopra il Pantocrator e sotto l’Annunciazione, troviamo il trono vuoto dell’etimasia.
Il termine significa letteralmente «preparazione» e nel linguaggio della Liturgia e dell’iconologia indica il trono vuoto che attende la venuta di Cristo Re e giudice universale, intorno al quale si raduneranno tutti i popoli della terra.
La raffigurazione si fonda sui Salmi 92,2: «Saldo è il tuo trono sin dal principio», e 88,15: «Giustizia e diritto sono la 
base del suo trono»,
che la Bibbia greca dei LXX e la Volgata hanno tradotto rispettivamente etoimos, paratus al posto 
di «saldo», e al posto di «base», etoimasia, praeparatio, da cui «etimasia ». 
Il seggio è coperto da un manto regale, su di esso è poggiato il libro con i sette sigilli, di cui è detto che soltanto il leone 
della tribù di Giuda, ossia la radice di Davide può aprirlo (cf Ap 5,1-5). 
Il Cristo è colui che porta a compimento il progetto di Dio e nel quale la storia rivela tutto il suo significato. 
Sopra il libro, con le ali spiegate, domina una colomba, simbolo dello Spirito Santo, che guida la Chiesa e rende presente
in essa il Cristo che era, che è e che viene, e la sua opera. Sullo sgabello dei piedi è poggiato un vassoio con chiodi. 
Fa da sfondo una croce a due tagli orizzontali: nell’innesto del braccio orizzontale maggiore con palo verticale s’intreccia 
una corona di spine; al lato sinistro della croce sta una canna con all’estremità una spugna, e al lato destro la lancia. 
Accanto all’etimasia, a destra e a sinistra due arcangeli in vesti diaconali, che con la mano destra tengono il labaro e con la sinistra invitano all’adorazione. La scritta sottostante ai bordi dell’arco absidale spiega che si tratta di Michele e Gabriele, pronti ad eseguire gli ordini del re:
+ PARTE STAT IN DEDEXTRA MICHAEL . GABRIELCUE SINISTRA . 
UT MAIESTATI SINT DESERVIRE PARATI +
"
Sul nastro inferiore, imediatamente sotto l'etimasia, su fondo d'argento un'altra scritta recita:
"
+ SPONCIA LIGNEA CRUX . CLAVIC . CORONA. DANTE EX PARTE METUM. COGUN ET FUNDERE  
   FLETUM 
. PECCATOR PLORA . CUM VIDERIS HEC ET ADORA + ".
“La lancia, la spugna, la croce lignea, i chiodi e la corona, da una parte incutono timore, dall’altra costringono al 
  pianto. Piangi, peccatore, alla vista di questi simboli, e adora”. 
Questa raffigurazione mette dinanzi agli occhi la centralità di Cristo principio e fine di tutte le cose, Signore e giudice dell’universo, per mezzo del quale e in vista del quale tutto è stato fatto, chiave per comprendere le Scritture, rivelatore e realizzatore del progetto di Dio preparato dalle Scritture e celebrato nella Liturgia, incontro al quale la storia è in cammino.
Tale visione, è icona della celebrazione liturgica, memoria ed epiclesi che ci fa pregustare la liturgia celeste, che viene celebrata nella santa Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del vero santuario, e da dove aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli comparirà, nostra vita e noi appariremo con lui nella gloria ( Sacrosanctum Concilium, 8). 
E' parabola dell’anno liturgico, cammino del popolo di Dio incontro al Signore che viene, corsa della sposa all’abbraccio 
di Cristo suo sposo. 
Essa spiega nello stesso tempo che la regalità di Cristo nella storia è all’insegna della passione e della croce: ammonimento severo a chiunque nella Chiesa e nel mondo ha il compito di esercitare il servizio dell’autorità ». 
Tra la Solennità di Gesù Cristo Divino Maestro e quella di Cristo Re dell’universo si collocano le domeniche 31a, 32a e 33a.
La 31a è la «Domenica del comandamento più grande»: il Maestro racchiude tutta la «Legge» (= Torah, in ebraico, cioè rivelazione come immenso dono ad Israele) nel comandamento primo e nel secondo simile al primo. Israele lo conosce, 
è la sua professione di fede d’ogni giorno: «Ascolta, Israele, il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi». 
Poi, Gesù, per noi suoi discepoli aggiungerà: «Amatevi come io ho amato voi» ( Gv 15,12 ). 
La 32a è la «Domenica della vedova povera» che getta nel tesoro del tempio tutto quanto aveva per vivere. 
Il culto a Dio non tollera ipocrisia: tutto da lui riceviamo e tutti a lui ci doniamo in un atto di assoluta verità. 
La domenica 33a è quella che più sottolinea l’attesa del ritorno indefettibile del Signore, è la «Domenica della venuta del Figlio dell’uomo ». La Liturgia che ci ha presi per mano nell’Avvento ci ha condotti qui: il Signore viene sempre e tornerà, egli è il «Veniente» e ci riprenderà con sé, nella patria vera che è il seno del Padre, e vi sarà un nuovo cielo e una terra 
nuova, le cose di prima sono passate. 
La vita eterna è la mèta unica della nostra vita, essa rischiara e dà senso ad ogni nostro vivere, soffrire, gioire e morire: saremo sempre con il Signore morto e risorto per noi, amato e celebrato, cercato ed atteso, Maestro, Signore risorto,
Re e Salvatore.